Il 23 novembre 2006, in occasione dell’incontro svoltosi a Milano, per iniziativa di Andrea Inglese, sulla poesia di ricerca oggi in Italia, sono stati presentati testi di Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Andrea Raos, Massimo Sannelli e Michele Zaffarano, attraverso i quali sono emerse alcune idee guida di quello che significa oggi, in Italia, fare poesia di ricerca.
Ripudiate etichette di scuole e categorie normative e dommatiche di riferimento, unica cifra comune è riscontrabile nell’attenzione, specifica, conferita allo strumento primario di comunicazione e trasmissione di informazioni, che, al di là dei limiti geografici, da un confrontro con similari esperienze europee ed extraeuropee, si esige rigorosamente attuale e contemporaneo, in direzione di un "realismo" linguistico funzionale alla rappresentazione delle alterazioni e modifiche irreversibili subite, nel frattempo, per influsso delle (o dialogo con le) manipolazioni massmediatiche.
L’eventuale obiezione di artificiosità insita in un manufatto che scopre i meccanismi di funzionamento e perversione dell’oggetto linguistico, con sofisticati procedimenti (tipo: asintattismo, parafasie, frammentismo, non sequitur, collages, incongruenze pensiero-parola, deficit semantico, cut up e citazionismo decontestualizzato…), viene contraddetta dal peso ideologico di un’operazione per nulla innocua o sterilmente virtuosa, che mira a rivelare l’analogia degli stessi meccanismi artatamente costruiti, ma occultati e rimossi, della lirica naturalizzata, assunta come realtà incontestabile.
È lo smascheramento dell’impostura lirica, fondata su un linguaggio piano e naturale, dato per acquisito e universalmente imposto in virtù di quell’inganno.
Sulle modalità di raggiungimento degli obiettivi preposti, campeggia il rifiuto dell’univocità dei percorsi e il rifiuto dell’autorevolezza di un modello unico, all’insegna di una pluralità di vedute che dischiudano le aperture ancora possibili ad un esercizio poetico di cui, a dispetto di tutti gli epitaffi, continua ad avvertirsi la necessità e l’urgenza.
Un saggio di queste modalità operative, tra le più varie e diversificate, è emerso dalla lettura dei testi degli autori sopra menzionati che hanno preso parte all’incontro.
Si spazia da un percorso che muove apparentemente ancora dentro la tradizione, dei Venti Sonetti di Massimo Sannelli (Edizioni Camera Verde, Roma, 2006) dove le aperture sono ibride di chiusure di forme-informe; all’indifferenza e indistinzione poesia/prosa nell’allineamento di tracce poetiche fuori da ogni possibile definizione di forme usate, da parte di Bortolotti, che figurano in elenchi o schermate di track lists a scorrimento veloce, opere parcellizzate, frantumate dall’esproprio consumistico che rinvia ogni conclusione ad un’indefinita sospensione di spazio e tempo, che richiede a ciascun lettore la negoziazione di sensi e percorsi sempre reversibili.
E ancora, dalla tenuta di una narratio, carica di tensione drammatica ne Le api migratori di Andrea Raos, di prossima pubblicazione, dove la densità emozionale rischia sempre d’implodere da trama in trauma di dire per sovraccarico allitterante, ma che improvvisamente esplode in squarci ritmici a scongiurare la violenza degli sciami in assetto di guerra che sembra risuonare a volte di echi anapestici. Laboratorio bio-epico che esplora le combinazioni del tempo linguistico umano con lo spazio linguistico degli alveari, analizzando in vitro la frattura che ne ha pervertito i meccanismi, tra clinico distacco e reazioni emotive-figurative di forte impatto.
All’ipotesi narrativa lasciata ancora aperta nei Quaderni di Broggi, che più che svolgersi, si riavvolge in fascicoli di versi ametrici, tra episodi mancati e atti di scene disertate da ritratti appena accennati, sullo sfondo di scorci appena intravisti e già perduti in minuzie di dettagli che non si ricompongono mai in visione d’insieme, in intreccio o in volto.
Ipotesi, invece, non più sostenibile nei quadretti musicali di Zaffarano, dove la perdita di senso delle parole nel mancato incontro con le cose, si modula su refrain anche se solo come paradigma da coniugare, a mo’ di filastrocche e nonsense, sperimentando una nuova maniera di dire, un estremo segnale, tentativo relazionale lanciato tra uomini isole incomunicanti.
Per finire con le poesie fotografate a cono d’ombra in Double click di Giovenale, dove la registrazione sonora si scolla continuamente dalla pellicola, riprodotta precisamente a scatti, nell’intenzione dell’autore di rinunciare, definitivamente, all’ultima impostura di un soggetto che non si riunifica neanche nell’unità vocalica del respiro.
Comune a tutti, inoltre, l’attività di traduttori che cerca il confronto, il dialogo con analoghe sperimentazioni poetiche europee o americane che s’impegna a divulgare per offrire un panorama quanto mai ampio e variegato e denso di aspettative.
Maria Valente